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Archive for the ‘Vino et al.’ Category

Giro a Montalcino

Dopo una settimana intensissima di lavori in vigna, sono riuscito a fare una 2 giorni nella patria del sangiovese: Montalcino.
Essendo andato là con la famiglia, alla quale non interessa molto andare per aziende agricole e degustare vini, sono riuscito a visitarne solamente tre; per passare da tutte quelle che veramente mi interessavano, sarei dovuto rimanere lì almeno 15 giorni, ma le vigne, che quest’anno sono “avanti” con la stagione, mi chiamano.
Per me, che sono abituato al caos della Via Emilia, al caldo torrido che in questi giorni picchia duro, passare un paio di giorni là è stato veramente rilassante e anche utile dal punto di vista lavorativo.
Sì perché ho avuto la fortuna di andare a visitare aziende di viticoltori veri, che lavorano loro stessi le vigne e tutti i loro terreni e quindi ho avuto la possibilità di scambiare idee sulle varie tecniche di coltivazione, la gestione dei vigneti e della cantina.
La prima azienda che ho visitato è stata quella della famiglia Fattoi; la cosa che subito mi è piaciuta è che Lamberto Fattoi ci ha accolti in tuta da lavoro scendendo da un ex camion militare che si trovava accanto ad un enorme escavatore che sta usando per fare il piano interrato della nuova cantina che si apprestano a costruire.
La zona in cui si trova questa azienda agricola, località Santa Restituta, è probabilmente una delle migliori di tutto il comprensorio, tant’è vero che i confinanti sono niente meno che Gianfranco Soldera di Case Basse e Angelo Gaja di Pieve Santa Restituta. Lamberto ci ha condotti nella sua cantina, e poi nella saletta di degustazione dove ci ha fatto assaggiare i prodotti delle ultime annate in commercio.

Poi sono stato da Marcello Bucci di Collemattoni, che anche lui è impegnatissimo nei lavori di costruzione della nuova cantina che sarà ultimata per la prossima vendemmia; dopo un giro per le vigne si è fatto un piccolo tour di degustazione delle nuove annate di Brunello ancora in affinamento e che usciranno nei prossimi anni e tutte mi sono sembrate di ottimo livello. La zona dove si trova questa tenuta è più a sud, molto calda, praticamente attaccata all’abitato di Sant’Angelo in colle dove notoriamente i vini vengono più corposi e alcolici.
Infine, l’ultimo giorno sono stato presso l’azienda Piombaia da Roberto Rossi Cantini, che tra l’altro è anche il proprietario dell’agriturismo presso il quale alloggiavo, nei pressi della villa Il Greppo dove ci sono i terreni della famiglia Biondi Santi. 

I vigneti di Piombaia, si trovano in parte in uno dei punti più alti della denominazione, circa a 600 m. slm dove i terreni sembrano quasi quelli del Chianti Classico; infatti qui i terreni stessi si arricchiscono di scheletro e lo strato attivo si riduce, essendo suoli formati dalla decomposizione delle rocce originarie: galestro e alberese. Le altre vigne sono vicino all’agriturismo, più in basso, proprio vicino a quelli di Biondi Santi.
Le vigne alte sono al limite per avere una maturazione ottimale; ma l’età dei vigneti, unita alla naturale bassissima produzione, garantiscono un prodotto molto tipico che sicuramente agli amanti dei Brunello sottili e tradizionali non può non piacere.
Ieri pomeriggio, a malincuore, sono ripartito; però questa indicazione che si trova all’entrata di un’azienda agricola non si può non immortalare. Sono veramente curioso di capire la reazione delle vigne alla musica di Mozart.
Arrivato a casa sono stato accolto da una temperatura di 35 °C alle 19,30 (!)

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Tradizionale….what??

Qualche sera fa parlando con gli amici ospiti a casa mia, si è cominciato a discutere di “tradizionale”, e subito si è andati al nocciolo della questione, ovverosia come dovrebbe essere il Sangiovese di Romagna fatto in maniera tradizionale.
Discorrendo in tutti questi anni con Giorgio Balducci che è la storia dell’enologia Faentina e, in parte, anche Forlivese (visto i numerosi clienti che ha anche là) le quattro tipologie di Sangiovese tradizionale sono le seguenti:
A – Uve raccolte al massimo grado di maturazione possibile ed immaginabile (quasi tendenti all’appassimento; così potevano andare in piazza a dire “Sèt ch’aiò còlt un Sanzvèis ch’è fa piò ed sèdgg grèd”) poi fatte fermentare con l’uso di lieviti indigeni che, in presenza di dosi così massicce di zuccheri, non riuscivano ad andare oltre i 13 gradi alcolici svolti (nonostante fermentazioni che durano per oltre 25 gg.) e conseguentemente ne rimangono almeno altri tre/quattro in zuccheri con il risultato di un vino che è dolcissimo e appena la fermentazione malolattica parte in maniera spontanea (e credetemi parte, visto che spesso in questi casi le uve non vengono addizionate di SO2 nel modo più assoluto….”Nò àign’i mittèm gnìnt”) l’acidità volatile va alle stelle, il vino rimane dolce anche in primavera e risulta completamente imbevibile, anzi dannoso per la salute visto che spesso la volatile passava i 2 g/l di acido acetico. Risultato finale: vini coloratissimi, dolcissimi e acetosi al massimo;
B – Idem come sopra però la solforosa viene aggiunta ma il vino rimane dolce lo stesso anche se “non và in volatile” con risultato finale che è identico ma la volatile rimane bassa (vino però più da dessert che da pasto);
C – Gli agricoltori un po’ più attenti raccoglievano le uve a maturazione corretta ma fanno fermentare solo l’uva per 4/5 gg. (“si no e dvènta tròpp gròss” traduzione “altrimenti diventa troppo secco e tannico”[!]) e il vino di nuovo resta dolce con un colore piuttosto scarico dovuto alla fermentazione corta (se gli zuccheri non erano esauriti, una volta separato il mosto dalla vinaccia generalmente la fermentazione si bloccava e quindi, eravamo daccapo);
D – Gli agricoltori più paurosi invece raccoglievano le uve ancora acerbe (“J’à dètt che da dmàn l’avrèbb da piòvar pàr dìs dè drì a fila” – “Hanno detto che da domani pioverà per dieci giorni di seguito”), fermentazioni che anche se lunghe solo 5/6 giorni portavano il vino a secco (al max. l’alcol svolto era di 11 gradi) con il seguente risultato finale: vini poco colorati, asperrimi a causa dell’acidità totale alle stelle, tannini verdi come un campo sportivo. Sentenza: imbevibile pure questo.
Dopo aver preso in esame la raccolta e la fermentazione adesso si passa alla cosa che fa più scannare tutti i soloni che parlano di tipicità del Sangiovese in Romagna: IL CONTENITORE.
Per contenitore intendo sia la vasca o il tino di fermentazione, sia quello da affinamento.
In genere il tino di fermentazione era di legno (di castagno) oppure i più evoluti usavano le vasche di cemento con la botola ovale in basso. Le follature o i rimontaggi erano fatti per un giorno o 2 e poi si lasciava tutto lì alla “sperinDio” con moscerini che nidificavano nel cappello delle vinacce che inacidiva e i cantinieri erano costretti prima della fase di svinatura a togliere almeno una spanna del cappello stesso per non mandare in aceto tutto quanto (chi aveva le vasche in cemento almeno aveva l’accortezza, non sempre, di tenere chiusa la botola superiore), altrimenti togliere il primo strato di cappello era davvero dura.
Poi c’era la fase di affinamento che era quasi sempre in botti di castagno di capacità che andava da 5 a 25 hl che non venivano mai lavate (“si no e vèn e ciàpa e fiè d’la bòtt” traduzione “Altrimenti il vino prende il puzzo della botte”) perché lo strato di tartrato che si formava sulle pareti del contenitore isolava il vino dal legno e quest’ultimo non cedeva componenti, odori e sapori più o meno gradevoli al vino stesso; tant’è vero che la botte quand’era nuova non andava bene, per “imbonirsi” doveva fare almeno 4 o 5 passaggi.
Mi chiedo se allora non conveniva usare le vasche di cemento…..

A questo punto cascava l’asino: quanto doveva rimanere il vino nella botte? I più accorti, visto che generalmente le botti non venivano lavate per paura che facessero la muffa all’interno (!) e per lasciare la carica di lieviti in modo che gli eventuali residui zuccherini potessero scomparire, glielo tenevano un anno cosicché l’anno successivo, appena venivano svuotate, subito erano riempite con il vino “nuovo” e le botti in tal maniera non si rovinavano (quest’ultimo sistema a mio avviso era più che corretto). Alcuni invece che avevano fretta di vendere il vino subito dopo la Pasqua lasciavano il vino nelle botti 4/5 mesi e poi non le riempivano per almeno 6/7 e così vi lascio immaginare cosa si sviluppava all’interno di quei contenitori.

Ci credo che, una volta, dicevano “E Sanzvèis e và b’vù dèntr’al’ànn“. Come dar loro torto?
Adesso ditemi voi da queste tradizioni cosa dovremo “prender su”; ditemelo.

E aggiungo, siccome l’Italiano non è un opinione, chi fa il Sangiovese di Romagna come vuole la tradizione che fa? Lo vinifica e affina in uno dei modi sopra descritti?
Usiamo allora i termini corretti: le barriques e i tonneaux non fanno parte della tradizione (le botti da 5 hl erano in castagno), e questo è chiaro, ma oggi i cosiddetti produttori “tradizionali” non vinificano con quei sistemi arcaici. E allora?
Giacomo Montanari di Cà di Sopra, partecipò ad una degustazione (di Barolo se non erro) tenuta da Gianni Fabrizio del Gambero Rosso, e mi  ha riportato le testuali parole di Fabrizio stesso: “tra botte e grande e botte piccola la differenza si nota appena il vino esce sul mercato; con il passare degli anni le differenze vanno assottigliandosi, fino a sparire”.

Dunque? La domanda è sempre la stessa: “Che significa essere tradizionale?”

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Il noto sommelier “IntravinistaAndrea Gori, in occasione della serata artusiana di ieri sera nel suo locale a Firenze, ha abbinato ad uno dei piatti il nostro Monte Brullo ’07. Qui la degustazione

Speriamo che i toscani abbiano gradito……dal video parrebbe di sì.

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Qualche novità

Dopo un mese di silenzio (voluto? forzato?) ritorno a scrivere.

Siamo ormai giunti alla fine dei lavori invernali; dopo ore e ore di potatura (manca ancora mezzo ettaro di Cabernet Sauvignon allevato a cordone speronato), legato tutti i tralci fruttiferi, aver effettuato 500 “rimesse” in tutti i vigneti (un lavoro comunque molto impegnativo, perchè la terra dove vengono piantate le barbatelle di sostituzione va dissodata tutta) e sostituito fili e pali rotti…..arriva inesorabile il Vinitaly.

Chi vuol assaggiare i miei vini lo potrà fare al padiglione 1 allo stand istituzionale dell’Enoteca Regionale Emilia Romagna, dove saranno in degustazione il Beneficio 2008, il Monte Brullo 2007 e il Prima Luce 2008 che sarà in commercio proprio dal mese di Aprile.

Segnalo inoltre la degustazione “rock” dei miei vini descritta da Andrea Petrini con tanto di intervista al sottoscritto. La cosa più bella per me, da appassionato  rockettaro, è che Andrea si è accorto della mia anima rock degustando i miei prodotti. A dire il vero, come ho commentato nel suo blog, il Monte Brullo 2007 l’avrei accostato a questa storica canzone dei Metallica, da sempre la mia band preferita.

Ci vediamo a Verona.

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Sera tra amici

Finalmente, dopo tanto tempo, sono riuscito ad organizzare presso la mia dimora una serata fra amici produttori e appassionati. I presenti erano Gian Paolo di “Podere il Saliceto”, Claudio Ancarani e consorte, Paolo Babini di “Vigne dei boschi”, l’inossidabile coppia di degustatori Eugenio Bucci e Angelo Belletti nonchè il rappresentante dell’azienda del sottoscritto: il sant’uomo Daniele Donati.

Qui potete vedere la batteria di roba che abbiamo tracannato; su tutti da ricordare 2 vini:

1) “La memè 2004” di Gramenon, dove potete leggere le note di una vecchia degustazione verticale di Eugenio Bucci qui, sicuramente il miglior vino della serata. Qui invece trovate delle notizie sull’azienda;

2) Il “Vigneto la Casuccia” 1990 di Castello di Ama; sì, avete letto bene, 1990! Dopo un iniziale naso a mò di “cassettone” esce fuori ancora il frutto e in bocca si avverte ancora un bellissimo tannino vivo. Il tutto poi sorretto da un’acidità notevole, ancora però ben fusa nel vino; vino che ha una giovinezza ancora esplosiva. Sbalorditivo! Non trovo altro aggettivo. Addirittura il buon Daniele che ha portato la bottiglia, ci ha detto che era peggiore quando uscì, va te a capire il vino…..questa è la sorpresa della serata.

Una novità interessante è questo spumante metodo classico fatto in Puglia, precisamente a San Severo (FG). Un vino interessante dalla cantina D’araprì, il “Riserva nobile 2006”, 100% Bombino bianco (il nostro Pagadebit); vale la pena provarlo!

Le delusioni? No, parliamo solo dei prodotti che hanno colpito favorevolmente.

Ringrazio personalmente Gian Paolo per aver portato i suoi ultimi prodotti: un Sorbara 2010 fermentazione ancestrale, che al momento non ha ancora completato il totale sviluppo degli zuccheri, ma fa presagire più che bene, il Malbo 2009 in purezza che a me è piaciuto un sacco, l’Argine 2009 e l’Albone 2010 che si presenta in una veste meno strutturata delle precedenti, ma pur sempre molto piacevole, una sicurezza. Ragazzi, questa azienda merita molta più considerazione e attenzione di quella che le viene rivolta!

Ah, dimenticavo, a buttar giù tutta ‘sta roba, la “cena etnica” per eccellenza: salsiccia, pancetta e coppa alla griglia!

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Omnia bona mea tibi

La frase che dà il titolo a questo post era il motto della famiglia di mio nonno materno, i Costa che erano noti ovunque per la loro generosità. I più precisi sanno anche che è la frase riportata sullo stemma che è la parte essenziale dell’etichetta de “il Beneficio”; tale stemma è murato su una delle pareti esterne della casa in cui abito, che è poi la sede aziendale.

Un paio di giorni fa sul blog “Intravino” è uscito un bellissimo articolo di Andrea Gori, noto sommellier Toscano, titolare di un’osteria in Firenze, nonchè uno degli elementi portanti appunto di questo blog.

Ora, a parte i giudizi più che lusinghieri, i commenti sui vini da lui degustati rispecchiano pienamente il motto dei Costa: “le mie cose migliori a te”. Questa in sostanza è la mia filosofia; e se un Toscano, abituato a fior fior di vini base Sangiovese dà dei giudizi così buoni ai miei, c’è solo da esserne fieri.

Gli appunti di degustazione di Gori, li potete leggere anche qui.

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Dall’inizio del mese di Febbraio, oltre al Monte Brullo 2007, saranno commercializzate le nuove annate di Assiolo e Beneficio; vale a dire la 2009 e la 2008.

Dopo il grande Assiolo 2008, si presenterà sugli scaffali questo 2009 che ricalca la tipologia dell’annata precedente; c’è un’acidità superiore che rende il prodotto ancor più bevibile nonostante i quasi 15° alcolici e l’estratto superiore che fa di questo vino, a mio avviso e non solo mio, una “mancata riserva”.

Molti forse storceranno il naso perché si aspettavano un prodotto più leggero e snello, in linea con le tendenze, in ambito di vino, che vengono seguite oggi; per me però è importante rispettare l’annata, e la 2009 dal sottoscritto è stata quasi a fotocopia della 2008 e della 2007, e questo è il risultato.

Il Beneficio 2008 è leggermente diverso dal 2007 nel senso che la percentuale di Merlot è aumentata, e dal 20 è passata al 40%; anche qui alcuni potranno chiedersi se c’è necessità di vinificare il Merlot qui da noi, chiedetelo ad Eugenio Bucci e andate a leggere qui.

Comunque il vino rende soddisfatto il sottoscritto e sono convinto che anche i consumatori resteranno tali. E’ un prodotto che ha bisogno di tempo per esprimersi, ma già da adesso lascia ben presagire.

Entrambi i vini sarà possibili degustarli durante la manifestazione 2011 di “Vini ad arte”, ma di questo ne riparleremo prossimamente.

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