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Archive for the ‘Vino et al.’ Category

Vini ad Arte 2013

Finita anche la Kermesse di Vini ad arte, è ora di fare alcuni bilanci e prima di “tirare” questi, occorre farsi alcune domande:

1 – Come mai i ristoratori e gli enotecari di Romagna e province limitrofe (diciamo la stragrande maggioranza di loro) non si sono visti?

2 – I rappresentanti delle varie aziende, sono venuti tutti (o quasi) alla manifestazione, in modo da farsi trovare pronti in caso di presenza di eventuali ristoratori/enotecari; perchè la loro presenza non è giustificata in altro modo, altrimenti per quale motivo si trovavano tutti lì?

3 – Ha senso fare una manifestazione a Maggio quando si va verso la bella stagione e di vini (nella fattispecie rossi e nella fattispecie Sangiovese) la ristorazione meno ne sente parlare, meglio è (la scusa del caldo torrido è sempre dietro l’angolo)?

4 – Ha senso fare una manifestazione come questa sempre a Faenza quando (almeno fino all’ultima edizione) c’è già Enologica (la quale sarà spostata, pare, a Bologna)?

5 – A qualcuno gliene frega qualcosa dell’antperima del  Sangiovese di Romagna/Romagna Sangiovese al di fuori di qui? La domanda pare strana, ma in realtà non lo è; forse occorrerebbe riportare Vini ad arte nel periodo delle anteprime Toscane alla fine di Febbraio, ma l’interesse del pubblico (tranne i soliti 4 accaniti) rapportato al Chianti Classico o al Brunello di Montalcino (per citare i 2 casi più eclatanti) è praticamente pari a zero.

6 – Ha senso utilizzare ancora una DOC che per certi versi è gestita dalle Cantine Sociali, le quali da sole sono in grado di cambiare il disciplinare come pare a loro anche se tutti i piccoli produttori messi assieme votassero contro? L’esempio dei famosi 10 g/litro di residuo zuccherino ora ammessi dalla DOC è solo un piccolo esempio. E quindi ha senso fare una manifestazione imperniata e investire risorse fisiche e finanziarie, energie e tempo su di una DOC che ha un appeal pari a quello di Maga Magò?

A tal proposito sciverò fra non molto del mio pensiero di uscire vita natural durante dalla DOC (meglio dire DOP oggi) e fare IL MIO SANGIOVESE e i motivi di questa idea.

Quindi, dopo tutte queste domande, cerco di trovare delle risposte per capire un po’ di cose:

Domanda 1: Non gliene può fregare di meno.

Domanda 2: Non riesco a trovare una risposta che una, ma non cambia di molto.

Domanda 3: Non ha molto senso.

Domanda 4: Vedi risposta precedente.

Domanda 5: Vedi risposta alla domanda 1.

Domanda 6: No.

A fronte di tutto ciò, non so se parteciperò di nuovo a questa manifestazione; la quale (va detto) è stata organizzata bene, anzi benissimo considerati i tempi in cui l’organizzazione è stata fatta.

Infine, un consiglio che va preso come oro colato, ci viene da Carlo Macchi, direttore della rivista on line “Winesurf” che, a riguardo delle riserve di Sangiovese descrive un profilo che trovo molto azzeccato.

Ci dice: “Molti vini anche in questa categoria, che però si è sfoltita velocemente perché ho deciso (dopo 3-4 assaggi) di non assaggiare le riserve 2011-2010. L’ho fatto perché si tratta di vini assolutamente in evoluzione ma adesso troppo ingessati tra tannini da ammorbidire, legni da digerire e  complessità da far venire fuori. Meglio quindi assaggiare 2009 e 2008, dove si trovano vini più espressi e compiuti. I Sangiovese Riserva  si confermano così una tipologia che ancora deve trovare il giusto equilibrio commerciale. Non si può basare la stragrande maggioranza della propria produzione su vini che  strizzano l’occhio alla piacevolezza per poi passare ad una riserva monolitica, chiusa, ingessata, che nella migliore delle ipotesi avrà bisogno di molti anni per rendersi presentabile. Badate bene dico presentabile, non grande! Questo perché non è che facendo dei vini grossi automaticamente si abbiano dei vini grandi. L’equilibrio è fondamentale, la profondità gustativa e aromatica è basilare ma molte riserve sembrano il fratellone gnucco, quello alto e grosso ma non certo il più sveglio in famiglia. Poi per fortuna ce ne sono di buone ma è l’interpretazione generale che mi crea non pochi dubbi.”

Ecco, questo deve farci riflettere…

Ai miei colleghi le loro risposte.

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Addio grande uomo!

Queste sono notizie che non si vorrebbero mai leggere: ci ha lasciato il più grande produttore di Sangiovese mai esistito.

Grazie per i tuoi capolavori.

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La guerra dei mondi

L’eterna guerra tra i vini naturali e industriali è lungi dal finire.War of the Worlds

Nei vari siti specializzati, si parla tanto di vini naturali contro quelli industriali e spesso non si sa nemmeno cosa si intenda con questi aggettivi.

Che la cosa non sia chiara, lo si capisce in generale anche dai commenti delle persone che leggono gli articoli in merito: nella fattispecie ci sono gli enotalebani che intendono per vino naturale un vino dove oltre all’uva non c’è null’altro, ma quell’uva deve provenire da coltivazione senza interventi chimici; altri invece dicono che ammettono un po’ di metabisolfito e zolfo e rame in vigna per salvare l’uva, altri ancora sostengono che i vini naturali non possono esistere perchè l’uva da sola non si raccoglie e non si pigia. Insomma, le interpretazioni sono diverse.

A tal proposito, il sempre bravo Carlo Macchi direttore di Winesurf ha scritto un’interessante articolo qui dove si pone alcune domande e dove spiega il perchè sarebbe meglio evitare questi due termini.

Le domande che si pone sono tutte meritevoli di risposta:

Cosa vuol dire “naturale”?

1.    Naturale vuol dire lasciare le uve allo stato di natura quindi attaccate alla pianta?
2.    Naturale vuol dire raccogliere le uve e vinificarle senza assolutamente nessun ausilio esterno e avere come  risultato spesso un ottimo aceto?
3.    Naturale vuol dire coltivare la vigna senza alcun ausilio esterno di natura chimica o semplicemente organica che possa in qualche maniera creare danni al terreno ? (In questo caso, per inciso,  i vini biologici non sono naturali)
4.    Naturale vuol dire quanto scritto sopra più seguire gli stessi precetti in cantina, quindi zero solforosa e zero compagnia cantante?
5.    Naturale è un vino che non fa male quando lo bevi, quindi che non ha sostanze tossiche al suo interno? Ma l’alcol non è una sostanza tossica?
6.    Naturale vuol dire cercare di produrre buone uve utilizzando il meno possibile gli ausili fisico-chimici permessi nella produzione delle uve e del vino?

7.    Naturale è un vino rispettoso del territorio?
8.    Naturale vuol dire che non è un vino industriale, ma allora che cos’è un vino industriale?

Vediamo quindi di definire il vino industriale

1.    Industriale è un vino prodotto da una cantina che non è un’azienda agricola?
2.    Industriale è un vino prodotto da chiunque (azienda agricola, società varie, coltivatore diretto etc) ma con l’ausilio dei prodotti ammessi dalla legge?
3.    Industriale è un vino da agricoltura biologica ma vinificato non rispettando la nuova normativa sui biologici?
4.    Industriale è un vino prodotto da una grossa (o anche piccola) cantina con uve da agricoltura biologica e vinificato rispettando i parametri della nuova legge sul biologico che sono talmente ampi da permettere quasi tutto?
5.    Industriale è un vino che viaggia in cisterne (legalmente s’ intende) e quindi per evitare rischi deve essere almeno solfitato?
6.    Industriale è un vino prodotto in grandi quantitativi?

Se uno si prende la briga di andare a cercare sul vocabolario della lingua italiana, il significato della parola “naturale”, è questo:

Della natura, che riguarda la natura o si riferisce alla natura, nel suo significato più ampio e comprensivo.

Capite anche voi che il significato è molto generale ma ci chiarisce poco sulla specificità.

Idem per la parola “industriale”:

Dell’industria, relativo all’industria in senso specifico

Sarebbe interessante, nel caso uno voglia usare uno di questi due aggettivi associati alla parola “vino”, che gli illuminati che trattano quotidianamente quest’argomento, ci dessero in maniera risolutiva, una definizione.

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Ancora solidarietà

Segnalo l’importante iniziativa intrapresa dalla Cantina di Faenza Soc Coop che ha contribuito alla raccolta dei fondi per le zone terremotate della ns. regione.

Per poter aderire alla raccolta, il consiglio di amministrazione ha deciso di non effettuare la consueta cena sociale dove, oltre ai soci, si “infilavano” portoghesi, scrocconi, scrocchignoli e quaquaraquà.

Appoggio in toto la decisione perchè era ora di smettere di dar da mangiare (e bere) a persone che con la Cantina di Faenza non c’entravano nulla.

Il contributo è stato anche operato acquistando prodotti agricoli presso le aziende che hanno subito danni strutturali a causa delle ripetute scosse sismiche dello scorso maggio.

Tanto di cappello!

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Cominciò tutto da lì

Segnalo agli appassionati la verticale dei vini storici anni ’80 dell’azienda “Il Castelluccio” alla quale ho partecipato.

Castelluccio: quella che è stata la prima e grande azienda che ha prodotto vini di qualità in Romagna. 

Il Ronco del Re del 1981 è fra i vini migliori di sempre sulla faccia della terra; ed è un bianco fatto in Romagna.

Senza tempo…irreale.

Una serata unica, posso considerarmi fortunato ad aver partecipato ad un evento simile; la qualità di certi prodotti dovrebbe far riflettere tutti noi produttori romagnoli.

 

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Punti di vista

Segnalo questo articolo del sempre ottimo Gigi Brozzoni del Seminario permanente Veronelli.

E di riflesso quest’altro dell’amico Giovanni Solaroli.

In quest’ultimo mi ritrovo un po’ di più…

…purtroppo…

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Alta tecnologia

La vendemmia è finita da qualche giorno, ora rimane da seguire i vini che sono ancora in fermentazione e da svinare i vini che l’hanno terminata.

Sarebbe comodo adesso che non c’è più uva da raccogliere, non fare più niente e lasciare i vini a loro stessi facendoli fermentare in un apposito fermentino provvisto di:

– controllo automatico della T°;

– follatore meccanico azionato da pistoni che periodicamente affonda la vinaccia nel mosto in fermentazione;

– rimontatore automatico che mi consenta di decidere: il n. di rimontaggi giornalieri, la quantità di liquido da prelevare dal fondo del fermentino e portarlo in alto per poi scaricarlo sulla vinaccia per mantenerla bagnata e per estrarre colore, tannini, polifenoli, etc. etc.

– avere un analizzatore dei vini tipo questo che in un minuto mi da una serie di dati che se li facessi analizzare uno per uno spenderei un pacco di soldi per singolo vino.

Invece il mio sistema di vinificare è un po’ meno tecnologico: i tini contengono al massimo 8 hl, T° non controllata (in realtà con quantitativi così piccoli non si alza più di tanto), una quantità minima di metabisolfito (5 g/hl sul pigiato), follature manuali 4 o 5 volte al giorno quando la fermentazione è tumultuosa per passare a 3 o 2 quando sta per finire, uso dei lieviti selezionati solo in caso di alcol svolgibile molto alto (per la verità quest’anno ho provato senza lieviti “comperi” per vini con alcol probabile pari a circa 14,5 %) svinatura solo all’esaurimento degli zuccheri (in genere attorno ai 15-20 giorni, a volte anche 30-35 nei casi più difficili, con qualche giorno di macerazione post fermentativa) e infine torchiatura della vinaccia con un vecchio torchio continuo monococlea al quale tolgo i pesi in modo da non dover impazzire a dover separare la pressata “soffice” da quella più spinta. Il vino che risulta viene aggiunto al cosiddetto “vino fiore”.

Per le follature uso, per dirla in romagnolo “il rabbiello” (é rabièl) che mi sono costruito da solo con un paletto di castagno con in fondo applicata una piccola asse di circa 25 cm. x 15; qui lo vedete in azione su Cabernet Sauvignon.

Tutto qui.

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