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Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Del Romagna Sangiovese

Torno a scrivere dopo tantissimo tempo, ma mi sembra l’occasione giusta.

* AVVISO AI NAVIGANTI, la mia in primis è autocritica e questo scritto serve per mettere in gioco il sottoscritto e tutti i miei colleghi/amici produttori che vivono la propria vita esercitando la professione del vignaiolo; quindi chi si sente ferito nell’orgoglio, eserciti l’opzione che il vecchio Mingardi ci ha insegnato: “se st’al progràma qvè an’t piés brisa, àt và mèl, sintunèzet bàn con un étar imbezèll“; ovvero, siamo nel 2016, i telecomandi li hanno inventati, se non vi va bene, cambiate canale.

Qualche giorno fa il buon Carlo Macchi, ha scritto un interessante articolo a proposito dell’anteprima del romagna sangiovese DOC riserva.

Premesso che sono d’accordo al 100% con quello che ha scritto Carlo, mi preme di riflettere su una cosa:

come sono state fatte le riserve di sangiovese in romagna in tutti questi anni?

La definizione corretta ce l’ha data sempre il Macchi: “si vuole creare il grande vino e questo nell’immaginario collettivo di molti produttori deve giocoforza passare dall’iperconcentrazione, da un uso spesso esagerato e marcante del legno, da vini giocoforza molto fasciati e monolitici e, … da gradazioni alcoliche quasi sempre superiori a 14°. Così in realtà si creano dei vini grossi, non dei vini grandi…”

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Se vogliamo, la colpa è stata anche delle tipologie di vino premiate negli anni passati che hanno creato effettivamente questo stereotipo e ciò non ha aiutato certo a capire la direzione giusta per cercare di fare una riserva che sia un vino serio e non una caricatura. Chiamatela ingenuità, incapacità, mancanza di conoscenza, ma il risultato è sotto gli occhi (e il naso e la bocca) di tutti.

Si dice che la riserva non si possa fare dappertutto per diversi motivi (territorio, clima, esposizioni, terreno etc); io invece su questo non sono d’accordo. Per me non è una questione di territorio o di variabili analoghe, ma semplicemente di interpretazione del territorio stesso e delle proprie vigne al fine di ottenere una “riserva” che sia, appunto, un vino serio; una consapevolezza di quello che debba essere.

Innanzitutto si parte dal sangiovese che ha una infinta serie di cloni e ognuno di essi ha diversa attitudine; se nella vigna c’è un clone che magari non è adatto per il fine posto, allora è chiaro che la riserva sarà di difficile riuscita; secondo me è il vignaiolo che deve capire quale tipo di sangiovese si adatta meglio alla zona in cui ha le vigne. Per non parlare degli affinamenti in legno… perchè ormai è evidente che appesantire con anni e anni di legno (grande o piccolo non cambia il concetto) vini già di per sè stessi strutturati, porta ad un appesantimento della beva e ad una perdita di slancio, e si finisce con il lasciare la bottiglia mezza. E se la bottiglia non finisce, vuol dire sempre che c’è qualcosa che non va. Quindi ben vengano riserve agili, bevibili ma al contempo profonde e di buona struttura.

Aggiungo una cosa sola: si parla troppo poco di MGA. Il sangiovese con MGA non riserva è purtoppo relegato ad un mero sostituto del superiore; in realtà non è così: il disciplinare è diverso, è più restrittivo e chissà che finalmente non sia espressione vera del territorio. Questo anche perchè ancora oggi molti si aspettano una cosa da un territorio, ma in realtà il vino che degusta è diverso dalle aspettative. Mi tocca, a dimostrazione, ancora andare a prendere uno stralcio dell’articolo sopra citato: “…pur ammirando il grande lavoro di suddivisione del territorio della Romagna enologica fatto dal 2006 ad oggi, continuo a pensare che i vini romagnoli solo raramente rispecchiano in pieno le pur giuste suddivisioni (con annessi e connessi tipi di suolo, microclimi, esposizioni etc) e che alla fine dei salmi prevale essenzialmente la mano del produttore. Non si spiegherebbe altrimenti come dei sangiovese che, sulla carta, dovrebbero avere tannini grossolani li abbiano fini e viceversa, che dove si decreta sapidità questa manca e viceversa…”.
Alla fine della fiera, la mia coppia di domande è: “E se fino ad adesso nessuno ci avesse capito niente delle varie zone del Romagna Sangiovese?”… “Vuoi proprio che siano i produttori che con il loro modo di trattare la vigna e di vinificarne il frutto, a passare sopra al territorio?”

Le possibili combinazioni di risposte portano a risultati diversi.

Fate il vostro gioco

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Mad World

Riflessioni… sul mondo… oggi…

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Pausa

Dopo la lunga pausa estiva e vendemmiale, ho bisogno di riflettere su tante cose, sistemi, comunicazione, persone et al.

Per cui me ne prendo un’altra e lunga parecchio…se sarò ispirato scriverò ancora per i miei pochi lettori…

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Chi mi vuole incontrare e assaggiare i miei vini, sarò sempre in cantina ad aspettarvi oppure alle manifestazioni che tanto sono pubblicizzate sui vari social networks.

Adesso vi lascio per un po’ in buona compagnia; questa canzone è un po’ l’emblema del mio stato d’animo.

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23 %

In ogni TG, GR, sulle testate quotidiane si parla della manovra che propone il nuovo governo della nostra beneamata repubblica (beneamata pàr mòd ed dì….) per salvare la patria.

La notizia che però mi lascia perplesso a dir poco è la proposta di aumento della percentuale dell’Imposta sul valore aggiunto. Già il precedente governo l’aveva passata dal 20 al 21 %, ora la si vuol portare al 23 %. Francamente mi chiedo come si possa fare a far riprendere la nostra economia facendo pagare agli Italiani in pochi mesi il 3 % in più su OGNI GENERE MERCEOLOGICO che fino a Settembre aveva come aliquota IVA il 20% dell’imponibile (si è calcolato che ad esempio un’automobile costerà mediamente in più circa 700 €); anzi lo chiedo a quei cervelloni che stanno a Roma che dovrebbero sollevare le sorti di questa repubblica delle banane.

Perchè il consumatore finale (come sempre) deve rimetterci? E in questo caso non solo lui, perchè il sottoscritto, che come regime fiscale ha quello speciale agricolo, per cui l’imposta in questione è solo un costo in più (ed invece all’incirca la metà di quella che viene incassata va allo stato pagando attraverso dei versamenti trimestrali), sarà costretto a farsi pagare il vino di più (maledizione!) perchè ogni cosa necessaria all’imbottigliamento e al confezionamento subirà delle lievitazioni ben oltre l’aumento di percentuale relativo all’aliquota.

Mi immagino già i consumatori che diranno: “Ecco i vinaioli con l’aumento dell’IVA se ne approfittano per gonfiare il costo del vino…“; io invece sui vini che ho attualmente in commercio manterrò gli stessi prezzi, perchè i costi di produzione sono già da tempo stati sostenuti (cosa che invece non accade con tanti altri articoli, tipo il vetro che, non si sa perchè periodicamente subisce degli aumenti), anche se mi immagino già che ci sarà sempre il furbone di turno….

Spero davvero che questa scellerata proposta venga accantonata, ma considerando come vanno le cose in ItaGlia, sicuramente accadrà l’esatto contrario….

Mah….

AGGIORNAMENTO DELLE 20,50 del 4 dicembre 2011

Ho appena visto parlare Monti in TV…

Parla di “equità…”; che questa manovra volta a risollevare l’itaGlia sarà fatta nel segno dell’equità….

Ma chi crede di prendere in giro?

E’ equo alzare l’IVA di 2 punti percentuale e aumentare le accise sui carburanti (come se già non fossero alte)?

Così è come sparare nel mucchio e a prenderla nel sacco saranno sempre, e come al solito le persone che hanno stipendi da circa 1000 euro/mese e non certo chi ne prende un tot di più…..

Bella roba…è sempre la solita itaGlia, passato un governo, ne arriva un altro e non cambia niente…tutto rimane come prima….e vi dirò di più…..tutto ‘sto casino, mettere le mani nelle tasche dei meno abbienti..e poi?

Niente, ve lo ripeto, rimarrà tutto come prima…..come spiega il vecchio Rod Steiger in questo passo dell’indimenticabile e immortale film di Sergio Leone…..

Capisco benissimo chi se ne è andato dall’itaGlia, perchè ora non ne vuol sapere nemmeno lontanamente di ritornarci….

AGGIORNAMENTO DELLE 0,16 del 5 dicembre 2011

Di male in peggio; oltre alle categorie merceologiche con l’IVA al 21% aumenteranno dello stesso 2 % anche quelle che avevano aliquota al 10%.

Qualche nome?

Barbatelle, solfato di rame, zolfo, gasolio (così i carburanti aumenteranno ulteriormente…non bastava già l’aumento delle accise) tanto per citare le cose che noi vignaioli utilizziamo più di tutto. E come se non bastasse, dal 2014 queste aliquote aumenteranno di un ulteriore mezzo punto. Guardate qui, io non ho più parole….

Inoltre, ho fatto un breve conto “della serva”: andrò in pensione nel 2037 e percepirò circa 500 €/mese di pensione. Una bella prospettiva…..e pensare che ci sono stati impiegati delle FS che sono andati in pensione a 45 anni (quelli che compirò il prossimo anno) e insegnanti a 37 anni; ed è meglio che non ricordi quanto percepiscono mensilmente….

Facile, adesso, sparare sulla croce rossa no?

Una manovra economica (che invece porterà solo ad un ulteriore ristagno dell’economia) così, sarei stato capace anch’io di farla; senza essere stato rettore alla Bocconi.

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Zuccheri ed equilibri

Il caldo di questi giorni è stato tosto sul serio, si sono avute delle punte di oltre 44 °C (!).

Mi ricorda l’agosto del 2003, con la differenza che allora in giugno e in luglio, la musica che aveva suonato era la stessa, mentre quest’anno i due mesi suddetti sono stati piovosissimi (almeno qui alla Serra), direi quasi in stile 2002 e di conseguenza le piante sono ancora belle e, fortunatamente, i grappoli non mostrano ancora segni di sofferenza.

Il problema però è che con il terreno fresco e le temperature alte, le viti elaborano un sacco di zuccheri e temo che saremo alle solite (annata 2010 esclusa). La dimostrazione che l’accumulo di zuccheri è fuori norma ce la dà la piccola campionatura en passant che ho fatto prelevando a casaccio un sacchetto di acini della vigna di sangiovese a Monte brullo.

Il risultato è un po’ strano:

  • Alcol potenziale: 14, 20
  • Ac. tot: 7,8
  • Ph: 3,40

Il parametro dell’acidità totale evidenzia che forse non c’è il completo equilibrio perchè è chiaro che l’uva (e lo si vede anche dai vinaccioli) non è perfettamente matura e bisogna aspettare ancora un po’ per raccogliere; il problema è che gli zuccheri cresceranno ancora e perciò la cosa diventerà difficile. Il valore del Ph è controverso, perchè con quell’acidità, dovrebbe essere senz’altro più basso; temo che l’uso del fosfito di potassio alteri il metabolismo di quell’elemento con conseguente innalzamento del Ph stesso. Bisognerà ripensare all’uso di questo importante concime fogliare; a tal proposito vi posto un link dove si parla di questo prodotto e di introdurlo anche in biologico.

Nella prossima settimana farò un campione più accurato per capire meglio a che punto siamo, ma se gli zuccheri cresceranno, allora sarà ora di lavare la deraspatrice.

(Foto del risultato rifrattometrico, per cortesia dell’ Azienda Agricola Stefano Berti)

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Qualità a basso prezzo?

Fare vino di qualità.

Molti si chiedono che significhi; molti anche si chiedono come mai aziende vendono vino considerato “di qualità” a prezzi con i quali io non riuscirei nemmeno a sostenere i costi di produzione.

Vogliamo esaminare i pro e i contro nel fare vino di qualità, ma “abbassare le braghe”?

VALUTAZIONI A FAVORE DI UN PREZZO CONCORRENZIALE

1)      Facendo un prezzo concorrenziale per un prodotto di qualità, si recupera quello che non s’incassa risparmiandolo sotto forma di pubblicità gratuita (i prodotti buoni a prezzo concorrenziale si vendono da soli), di prestigio e di rinomanza del marchio sul mercato;

2)      Facendo un prezzo concorrenziale e agevolando la rapidità di esaurimento delle scorte si sblocca il capitale, che quindi è disponibile più rapidamente per nuovi investimenti/nuovi guadagni e al tempo stesso si evita di ricorrere al credito bancario e quindi agli interessi che ci si pagano sopra;

3)      Facendo un prezzo concorrenziale si aumentano i volumi di vendita e questo, di conseguenza, porta a una diminuzione dell’incidenza dei costi. Aumentando sensibilmente le quantità si potrebbero ottenere economie di scala (ad esempio potrebbe valere la pena di acquistare un impianto di imbottigliamento in proprio);

4)      Facendo un prezzo concorrenziale ci si può imporre su vari mercati esteri, slegandosi dalla congiuntura sfavorevole di quello italiano;

5)      Facendo un prezzo concorrenziale si può vendere di più e arrivare, nel tempo, ad essere un’azienda vinicola anziché un singolo produttore che fa tutto da solo, dal lavoro manuale a quello imprenditoriale, avendo quindi tempo per dedicarsi a cose più interessanti, come la gestione agro-tecnica e commerciale dell’azienda e lasciando che il lavoro manuale lo facciano altri.

 VALUTAZIONI A SFAVORE DI UN PREZZO CONCORRENZIALE

1)      Scarsa rimuneratività nell’immediato;

2)      Difficoltà nell’aumentare rapidamente i quantitativi di vino a disposizione, quindi difficoltà a recuperare sulla quantità quello che si perde sul prezzo unitario;

3)      Sensazione di non essere compensati a sufficienza per il lavoro svolto e la qualità offerta.

Ecco, proprio su questo ultimo punto mi soffermerei; a tutti coloro che vogliono pagar poco un vino buono, o non pagarlo neppure, consiglierei di venire con il sottoscritto in vigna otto ore al giorno per un mesetto, magari a luglio, quando c’è un po’ di caldo e c’è da fare il lavoro che vedete nella foto iniziale; oppure a zappare la vigna nuova in allevamento poi, forse, chissà che non la smettano di tirare sempre al ribasso.

Mah…..

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Pensieri sparsi

Ricevo e pubblico ben volentieri alcune riflessioni di mio fratello Gian Luca.

Qua a Bologna nevica.

Ancora una volta ci siamo alzati con la sorpresa di qualche centimetro che rende la vita difficile a molti, ma a me ravviva sempre lo spirito.

Allora mi è venuto in mente un pezzo di Ritratti, dell’ottimo regista Carlo Mazzacurati: il protagonista dell’intervista – Mario Rigoni Stern – cammina nella neve, sotto la neve, con il suo intervistatore, elencando i vari tipi di neve, le diverse fonetiche nella lingua cimbra e il collegamento fra la struttura dei fiocchi e il periodo in cui questi scendono.

Non ho trovato quel brano, ma ho trovato l’ultima parte del documentario/intervista, che mi è sempre piaciuto tantissimo perché in quei pochi minuti c’è tanto di me e della mia famiglia.

E il sentirselo raccontare dal mio scrittore preferito è sempre emozionante, specialmente ora, che la mancanza di un faro, quale era per me nostro padre, comincia a farsi sentire sempre di più,  da far diventare la malinconia, la memoria e il ricordo, a volte, quasi travolgenti.

Ecco, dunque, l’argomento così caro al nostro Rigoni Stern: l’esercizio della memoria unito alla passione del lavoro, il lavoro ben fatto: ”Non c’è maggior soddisfazione di un lavoro ben fatto”. “Un lavoro ben fatto è quello che appaga l’uomo”.

La considerazione circa l’intellettualità del lavoro manuale, e il paragone con il mestiere di contadino, mi ha fatto pensare, fin dalla prima visione di questo brano, a mio fratello; egli ha esercitato la propria memoria mettendo su, sulle tracce del nonno, un’intrapresa agricola che richiede proprio tutte le conoscenze elencate da Rigoni Stern. E credo fermamente che l’impegno per un buon lavoro sia il principio fondante che lo guida nelle non poche difficoltà che presenta il mestiere che fa.

Sarà dunque inutile invito ai lettori di questo blog, ma forse utile a qualche profano che da queste parti del web potrà capitare, magari per caso: non disprezzate o sottovalutate il lavoro del contadino, ma apprezzatene l’interdisciplinarietà che lo rende lavoro intellettuale e creativo per eccellenza!

Ma nelle parole di Rigoni Stern si parla anche di lepri e di pernici bianche, di naia e guerra alpina, di sogni in piena ritirata, che mi hanno fatto venire in mente la passione che nostro padre ci ha attaccato, la caccia, che abbiamo praticato per tanti anni  e le pernici bianche che vidi al campo invernale nel 1998, sopra Solda: ci passai vicino, ero a 2500 metri, stavo “ravanando” con le pelli di foca, come pretende – non a caso –  la naia alpina, e tutto era bianco: lei era immobile e confidava nella livrea invernale.

La vidi per puro caso e rimasi in trance, come ipnotizzato da questo essere vivente in mezzo al nulla, con tutto bianco, il cielo e la neve: ”la neve e il cielo sono uguali”.

E allora grazie Sergente, per quello che hai scritto e ci hai trasmesso, grazie per avere influenzato nel bene le nostre vite, per avermi mandato involontariamente nell’artiglieria da montagna, per farmi ammirare ancor di più mio fratello.

 Per il tratto distintivo che ti accomunava a nostro padre: una unica, insopprimibile umanità.

 “Come passano lente le ore; il freddo aumenta con l’avvicinarsi della sera. Lassù non si è deciso ancora niente, e gli spari sono sempre più radi, anche le raffiche sembrano stanche. Il cielo è tutto verde – celeste, immobile come il ghiaccio, gli alpini parlano poco e sottovoce fra di loro. Giuanin mi si avvicina, mi guarda da sotto la coperta che si è tirato sulla testa, non dice niente e torna via. Vorrei chiamarlo e gridargli:”perché non mi chiedi se arriveremo a baita?”. E’ freddo e si fa sera, la neve e il cielo sono uguali. A quest’ora nel mio paese le vacche escono dalle stalle e vanno a bere nel buco fatto nel ghiaccio delle pozze. Dalle stalle escono il vapore e l’odore di letame e latte; i dorsi delle vacche fumano e i camini fumano. Il sole fa tutto rosso: la neve, le nubi, le montagne e i volti dei bambini che giocano con le slitte sui mucchi di neve: mi vedo anch’io tra quei bambini. E le case sono calde e le vecchie vicino alle stufe aggiustano le calze dei ragazzi. Ma anche laggiù in quell’estremo lembo della steppa c’era un angolo di caldo. La neve era intatta, l’orizzonte viola, e gli alberi si alzavano verso il cielo: betulle bianche e tenere e sotto queste un gruppetto di isbe. Pareva che non ci fosse la guerra laggiù; erano fuori del tempo e fuori del mondo, tutto era come mille anni fa e come forse tra mille anni ancora. Lì aggiustavano gli aratri e le cinghie dei cavalli; i vecchi fumavano, le donne filavano la canapa. Non ci poteva essere la guerra sotto quel cielo viola e quelle betulle bianche, in quelle isbe lontane nella steppa. Pensavo:”Voglio anch’io andare in quel caldo, e poi si scioglierà la neve, le betulle si faranno verdi, e ascolterò la terra germogliare. Andrò nella steppa con le vacche, e alla sera, fumando macorka, ascolterò cantare le quaglie nel campo di grano. D’autunno taglierò a fette le mele e le pere per fare gli sciroppi e aggiusterò le cinghie dei cavalli e gli aratri e diventerò vecchio senza che ci sia mai stata la guerra. Dimenticherò tutto e crederò di essere sempre stato là. Guardavo in quel caldo e si faceva sempre più sera.”

E poi? Era un sogno, il sogno anche di oggi potrebbe essere. Ad un certo momento però c’è qualcuno che ti chiama, e ti richiama alla realtà, e devi essere presente in questa realtà.

Ad un certo momento lì hanno gridato:”Adunata, adunata Vestone, adunata cinquantacinque!” che era la mia compagnia.

E si riprese a camminare.

Hai ragione, Papà era un faro e adesso ha lasciato un grande vuoto…….

Grazie Gian Luca!

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